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Il Veneto investe nel biologico?

Il Veneto investe nel biologico?

Il Veneto investe nel biologico e la risposta è Bioinnova, una rete innovativa formata da 50 realtà venete del settore, che sviluppano un fatturato complessivo pari a circa 3 milioni di euro.

La rete - promossa da Coldiretti Veneto e alla quale ha aderito anche B/Open, il nuovo evento b2b di Veronafiere sulla filiera bio food e natural self-care - si colloca in una nuova visione di “smart agrifood”, che sposa il biologico e, allo stesso tempo, promuove la sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) come elemento di svolta per l’agricoltura del futuro.

Il biologico in Veneto ha toccato i 38mila ettari di superficie coltivata e fattura complessivamente 2,5 miliardi di euro in Italia. Numeri in crescita, che hanno spinto l’Università di Padova a organizzare al campus Agripolis di Legnaro il primo corso di laurea in Italia sulle “Tecniche e gestione delle produzioni biologiche vegetali”, presieduto dal professor Giuseppe Zanin.

B/Open ha intervistato Martino Cerantola, presidente della rete Bioinnova.

Presidente, perché nasce Bioinnova?

«Nasce per dare opportunità alle aziende che operano già nel mondo del biologico di innovarsi ed essere competitive nel mercato e far in modo che ci siano sempre più aziende venete che scelgono consapevolmente di passare dall’agricoltura convenzionale a quella sostenibile e, chi ha i mezzi e gli strumenti per compiere un ulteriore passaggio, di scegliere il modello di produzione biologico».

Chi fa parte di Bioinnova?

«Del gruppo fanno parte gli atenei veneti, i produttori agricoli, gli allevatori, le aziende di lavorazione e trasformazione, la rete di distribuzione specializzata e i produttori di mezzi tecnici».

Che obiettivi vi date a breve e medio termine?

«Desideriamo migliorare i metodi di produzione delle aziende agricole, rispondendo alle richieste del cittadino e del consumatore verso prodotti sostenibili, meglio ancora se sostenibili e biologici. Inoltre, puntiamo a partecipare a bandi attraverso questa rete e creare sensibilità verso nuovi approcci legati allo studio, all’innovazione non solo sulla produzione, ma anche sulla meccanizzazione e sugli interi processo di filiera, dalla trasformazione al packaging alla vendita».

Il futuro sarà biologico?

«Sicuramente il futuro sarà sempre di più sostenibile. Il biologico crescerà, indubbiamente, ma è bene sapere che produrre bio non è adatto per tutte le imprese agricole, servono caratteristiche specifiche, accanto alla volontà e alla preparazione. Da qui, anche, il corso lanciato dall’Università di Padova. Quando si parla di bio, poi, è necessario ridisegnare il territorio secondo un approccio smart: è inutile, ad esempio, avere un’azienda biologica in mezzo a cinque aziende convenzionali. L’altro tema è legato alla redditività: se non c’è sostenibilità economica non c’è futuro e, parlando di bio, continueremo a importare dall’estero».

La rete Bioinnova sostiene il primo corso di laurea in Italia “Tecniche e gestione delle produzioni biologiche vegetali”. Perché?

«Perché c’è la necessità di avere persone preparate per dare le giuste informazioni alle aziende, in modo scientifico, coniugando alla tradizione l’innovazione e una formazione adeguata alle sfide che ci attendono. Il Veneto non a caso ha saputo intercettare questa esigenza che nasce dalla base e dal bisogno di poter contare su giovani preparati nel mondo della sostenibilità e del biologico».

Quali sono le maggiori difficoltà nel produrre biologico?

«Innanzitutto avere persone preparate, che diano corrette informazioni alle aziende. In secondo luogo, essere competitivi e valorizzare il prodotto in maniera concreta. Con gli aumenti dei costi di produzione non possiamo pretendere che un prodotto del bio sia venduto nella gdo quasi allo stesso prezzo del convenzionale. Un’altra difficoltà è legata alle dimensioni delle aziende agricole in alcune aree del territorio, che sono marginali e hanno difficoltà oggettive. Eppure, per sopravvivere devono anche loro raggiungere la sostenibilità economica. Un altro ostacolo è far capire che servono investimenti nel settore e che le nuove tecnologie, penso all’agricoltura di precisione, possono essere di grande aiuto alle imprese agricole bio».

Quali aspetti devono trovare maggiore sviluppo o maggiore armonia all’interno della filiera biologica?

«Al di là dell’innovazione, c’è la necessità di mettersi intorno a un tavolo, e riconoscere l’effettivo valore del prodotto, ponendoci tutti allo stesso livello di discussione e con grande lungimiranza. Questo non vuol dire aumentare i prezzi al consumatore finale, ma valorizzare effettivamente il lavoro che l’imprenditore agricolo fa. Producendo in maniera sostenibile e biologica, infatti, c’è un beneficio che ricade su tutta la cittadinanza e tale un valore deve essere riconosciuto anche dagli altri interlocutori della filiera, dal grossista al trasformatore alla grande distribuzione organizzata».

Alla rete Bioinnova ha aderito anche B/Open di Veronafiere. Che cosa vi aspettate da questa manifestazione?

«Siamo molto contenti che Veronafiere dedichi un importante appuntamento agli addetti ai lavori e ci aspettiamo che la rassegna serva soprattutto a valorizzare le nostre produzioni e a far conoscere al mondo la diversità del prodotto biologico italiano rispetto ad altre produzioni. Inoltre, ci aspettiamo anche che B/Open sia lo stimolo giusto per gli imprenditori, affinché si rendano conto che la sostenibilità e il biologico sono passaggi obbligati. Il Veneto, con Bioinnova, B/Open e l’Università di Padova può essere un punto di riferimento a livello nazionale, essendo il nostro il primo cluster nel mondo del biologico».

Fonte: www.b-opentrade.com/news/cerantola-bioinnova-con-b/open-e-ateneo-noi-primo-cluster-del-biologico

 

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